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PIANETI
E UOMINI: UNA SOLA REGOLA PER TUTTI I LORO UMORI Dopo la folata antiscientifica
ed antiastrologica del periodo del primo Umanesimo e di Francesco
Petrarca ( cfr. Eugenio Garin, Lo zodiaco
della vita, Laterza, Bari 1982, pp. 10-11; 28 - 29 ), la cultura non ha più
avuto la forza morale di considerare l'Astrologia
come un sapere fra i più alti e tale da dover essere generalmente ambito dai
dotti. Con Dante finisce dunque il
periodo storico in cui l'Astrologia era posta al vertice del sapere scientifico
(Convivio, II, XIII, 28 - 30;
Graziella Federici Vescovini, Il "
Lucidator dubitabilium astronomiae " di Pietro d'Abano, Programma e
1+1, Padova 1988, I, p. 132 -
133 ). Nel Rinascimento è infatti assai facile trovare pensatori che già
ritengono l'Astrologia molto vicino ad una forma di ciarlataneria:
e mi riferisco ad autori come Giovanni Pico della Mirandola,
Girolamo Savonarola, Lutero,
eccetera, mentre i più prudenti e pragmatici
si dichiareranno, analogamente a Pietro Pomponazzi, "incompetenti
in materia astrologica". Ma è soprattutto la religione cristiana che,
appoggiandosi alle argomentazioni dei Padri della Chiesa, all'Apologetica
cristiana e, con maggiore efficacia, usando dei poteri dell'Inquisizione,
induce inesorabilmente la cultura umanistica e la ricerca scientifica a voltare
le spalle alle radicate convinzioni astrologiche di sant'Alberto Magno, di
Ruggero Bacone, di san Tommaso d'Aquino, di Pietro d'Abano, di Dante, ecc.: è
quindi la Chiesa stessa a minare, sia pure indirettamente, le cosmologie
medievali, la sintesi teologica del sapere e, con essa, l'originario interesse
dei pensatori per la teologia e la felice
influenza che lo studio della stessa poteva avere sull'Umanità quando era
spontaneo. Anzi non ci sarebbe stata probabilmente oggi nemmeno una separazione
così netta fra scienza e fede, di cui la Chiesa tanto si lamenta, se agli
albori di questa separazione non fosse stata la stessa Chiesa ad avvalorare e
teorizzare questa separazione, come più tardi darà prova anche sant'Alberto
Belarmino nei suoi " dialoghi " con Galileo Galilei ( Karl R. Popper, "
Tre differenti concezioni della conoscenza umana ", in Congetture e confutazioni, il Mulino, Bologna 1972, pp. 169 -206 ).
Sembra cioè che la Chiesa, ad un certo punto della sua storia, corrispondente
grossomodo all'istituzione di tribunali
permanenti dell'Inquisizione in tutta Europa ( 1235 ), lentamente abbia perso
anche quel minimo di forza intellettuale, di flessibilità, di sapienza, e perciò
di " purezza ", che le
sarebbe stata necessaria per potere integrare
una più ampia e sorgiva spiritualità ( Catari, stil nuovo, neoplatonismo,
scisma della Chiesa d'Oriente ), come anche le nuove scoperte scientifiche.
Agli inizi del pensiero filosofico moderno Cartesio, nel suo appassionato
e decisivo sforzo di ricerca di un metodo per stabilire la verità nelle
scienze, dichiarerà anche lui che le regole dell'Astrologia sono troppo
contraddittorie e incerte per poter essere scientificamente affidabili. Scrive
Cartesio: " In fine, quanto a quelle scienze di dubbio valore a cui accennai,
pensavo di conoscerle abbastanza per non lasciarmi ingannare né dalle promesse
di un alchimista, né dalle predizioni di un astrologo, né dalle
imposture di un mago, né dagli artifici e vanterie di quanti fan professione di
sapere quello che non sanno "
( Discorso sul Metodo, Parte
prima, Laterza, Bari 1975, p. 8 ).
Ma se Cartesio inserisce l'Astrologia nelle "
scienze di dubbio valore ", Dante, quale riconosciuto competente
delle scienze della sua epoca, aveva sostenuto al contrario che
l'Astrologia " più che alcuna de le
sopra dette ( scienze ) è
nobile e alta per nobile e alto subietto, ch'è de lo movimento del cielo; e
alta e nobile per la sua certezza, la quale
è senza ogni difetto, sì come quella che da perfettissimo e regolatissimo
principio viene " ( Convivio,
II, XIII, 30 ). A questo punto la curiosità ci
impone allora una domanda: fra
i Dottori della Chiesa sant'Alberto Magno e san Tommaso d'Aquino da una parte, e
i Padri della Chiesa dall'altra, di chi la ragione ? Che poi emblematicamente vuol
dire anche di chi la ragione fra Dante e Cartesio ? Orbene, secondo gli
studi portati avanti dal sottoscritto, sarà proprio ad iniziare dal passaggio
dal Medievo di Dante
all'Umanesimo del Petrarca che viene perduto di vista l'interesse a
stabilire l'umore esercitato dai pianeti
in rapporto agli aspetti che essi formano
col Sole, nonché la giusta regola per decifrarli e usarli: "
regola " che io intendo
qui recuperare con chiarezza anche al fine di ridare impeto a questo
legittimo, antico e necessario interesse astrologico. Sarà utile intanto
puntualizzare che, siccome ai tempi di Cartesio l'Astrologia non era conosciuta
profondamente ed esercitata seriamente altrettanto
che ai tempi di Dante, il già ricordato giudizio negativo di
Cartesio stesso veniva a fondarsi su intenzioni culturali verso la
materia assai più modeste di quelle medievali e su una conoscenza astrologica
assai meno profonda ed impegnata ontologicamente. Anzi è qui il caso di
rilevare, per inciso, che i poderosi, plurisecolari, utilissimi ed
interessantissimi studi su Dante hanno clamorosamente fallito il bersaglio nel
punto in cui si sono trovati ad attribuire, con grande emozione interiore di chi
li aveva compiuti, esclusivamente alla fantasia e alla poesia di
Dante, e non anche alla sua scienza astrologica, il ricordo
che Dante stesso ha degli astri e dei cieli nella Commedia.
Comunque è abbastanza evidente che il diverso giudizio che dell'Astrologia emblematicamente danno Dante e Cartesio, ovvero i massimi
pensatori del secondo millennio che or ora sta per chiudersi, è senz'altro
importante ma non è da ritenersi comparabile a causa delle diverse
culture in cui venne espresso. Tuttavia anche se Cartesio avesse avuto
dell' Astrologia una conoscenza altrettanto ampia e
profonda di quella di Dante, al punto in cui era ormai arrivata la storia
e la sensibilità del Mondo, non
sarebbe stato più logico, giusto ed opportuno che, per questa maggiore
conoscenza, egli rinunciasse alla creazione del suo metodo
antimetafisico ( Discorso sul metodo
e Meditazioni metafisiche )
che tanto ha contribuito a fondare la filosofia moderna, come anche
l'oggettività della scienza, il libero pensiero, la civiltà moderna, ma anche
ad affossare la ricerca astrologica. Dunque come la filosofia moderna e
il moderno metodo scientifico di indagine con il passare delle
generazioni andarono sempre più affermandosi nella cultura, parallelamente
l'esercizio dell'Astrologia, più o meno inavvertitamente, andava al
contrario sempre più allontanandosi dal corretto senso che esso aveva avuto
nel Medioevo: " senso " del tutto rispettoso dei principi astrologici
sanciti dall' Autorità dell'Antica
Tradizione ( Tolomeo, Tetrabiblos,
I, XXI, 8 ), e che anzi aveva impegnato scientificamente i pensatori medievali
ad approfondirlo con tutta la solennità ad esso dovuta per risultare inserito
fin dall'antichità in un disegno cosmologico
che era, necessariamente, anche teologico
( cfr. Aristotele, De Mundo, 1, 391/ b
3-5 ). Infatti per tutto il Medioevo la ricerca dei dotti e sapienti Astrologi
Ebrei, Arabi e Cristiani non era rivolta soltanto alla giustificazione teorica
del moto apparente dei pianeti, e perciò astronomica,
ma anche ad una giustificazione teorico-pratica degli influssi umorali
attribuiti ai pianeti stessi la quale, ovviamente, ineriva la ricerca astrologica
e perciò cosmologica e teologica. A
partire dall'Umanesimo i principi dell'Astrologia erano invece sempre meno
percepiti come una sorta di metafisica,
sia pure soggetta a controllo empirico ed osservativo come indicato da Tolomeo (
Tetrabiblos, I, II, 15 ), e per questo
non lontano da una scienza congetturale. Ed è proprio abbandonando lentamente
questo vecchio télos medievale
ebraico, arabo e cristiano, fatto al tempo stesso di metafisica e di congetture
da sottoporre a prova osservativa e sperimentale, per seguire sempre più da
vicino il télos della nostra cultura
moderna, che la moderna Astrologia ha infine cercato di presentarsi all'umanità
similmente ad una scienza oggettiva: validando
giustamente al massimo i controlli statistici, ma ingenuamente ignorando, per
esempio, la necessità di una maggiore qualificazione personale dell'Astrologo,
nel senso di un possibile raggiungimento fenomenologico
- genetico di un suo
maggior potere di intuizione (
cfr. Raymond Abellio, La structure absolue, essai de phénoménologie génétique, éd.
Gallimard, Paris 1965 ). Ed è
forse in seguito alla caduta di interesse verso la coltivazione di questi poteri
superiori del corpo dell'uomo, di cui quello di carattere intuitivo è il
maggiore, che l'importanza degli influssi
umorali esercitati dai pianeti in aspetto col Sole è stata perduta di
vista, insieme anche all'importanza degli umori esercitati annualmente dal Sole
stesso e su cui era fondata tutta la Liturgia
cristiana. Nel Medioevo l'esercizio dell'Astrologia non era infatti
disgiunto da una autentica tensione verso una maggiore qualificazione personale:
per quanto nei trattati non se ne faccia aperta menzione. Ma non se ne fa menzione poiché tale
qualificazione, come abbiamo già detto, era inclusa nell'idea ontologico-vissuta di cosmologia e di teologia. E' pur vero che essendo la teologia cristiana più una forma di apologetica cristiana che di autentica ricerca di Dio, come lo era
stata, per esempio, la teologia
neoplatonica, essa, quando si avvicinò il momento critico, non fu di nessun
aiuto alla salvaguardia della sapienza astrologica medievale. Nei Maghi
dell'Umanesimo - Rinascimento e negli Astrologi successivi questa stessa idea di
maggiore qualificazione personale, se non era superficialmente vantata come già
raggiunta a semplici fini professionali, quand'era autentica come in Marsilio
Ficino, in Tritemio, o in Enrico Cornelio Agrippa, non era però nemmeno
altrettanto profonda, sorgiva e culturalmente possibile come lo era stata nel
Medioevo fino a Pietro d'Abano. Ed anzi, se vogliamo, la maggiore qualificazione
personale descritta da Dante nella Commedia potrebbe a questo punto venire sorprendentemente inquadrata
anche dentro una ricerca spirituale personale condotta al fine di raggiungere il
livello necessario all'esercizio dell'Astrologia: beninteso se fosse dimostrato che, per Dante stesso, il
Vate è anche un Profeta, ed il Profeta stesso medioevale, potendolo, anche un
Astrologo. Orbene, rifacendomi alle ricerche fenomenologico - genetiche di Edmund
Husserl e del filosofo ed astrologo francese Raymond
Abellio, già maestro di André e di Armand Barbault, credo di poter
riassumere che questa maggiore qualificazione personale necessaria all'astrologo
e tanto perseguita in tutto il Medioevo, possa oggi tentare timidamente di
venire espressa e recuperata da quella parte della nostra Filosofia
occidentale che si occupa di epoché:
ovvero di descrivere le condizioni e gli
esercizi che possono rendere le nostre capacità di intuizione maggiormente
attive e feconde ( Edmund
Husserl, Idee per una fenomenologia pura,
Einaudi, Torino 1965, Introduzione,
p. 8; § 34, pp. 72 - 73; § 63, p.
140; § 69, p. 147; La crisi delle scienze europee, Il Saggiatore, Milano 1975, § 38 -
40 ). Infatti quando Husserl riferisce
di una " lotta costante della ragione ridestata per giungere alla propria
auto-comprensione " [ ... ], e che così comportandosi la
ragione stessa " è sulla via di
una più alta razionalità la quale, scoprendo sempre di nuovo la sua
relatività, si sforza di pervenire a una vera e piena razionalità
", non si appella forse ad
un possibile quanto necessario potenziamento delle nostre odierne capacità di
intuire, di cogliere, al fine di rendere la nostra stessa ragione più
ragionevole ( Ivi,
§73, p. 288 ) ? "Potenziamento" che
all'Astrologo moderno dovrebbe però apparire altrettanto utile e
necessario che al Filosofo. Infatti
se noi oggi domandassimo agli Astrologi moderni, per ipotesi, di quale umore è
la loro Venere natale in base alla sua rivoluzione sinodica e, ugualmente, di
quale umore sono i loro rispettivi Marte,Giove e Saturno natali, nonché Urano,
Nettuno e Plutone, essi
non saprebbero cosa rispondere.
Ma non sanno cosa rispondere perché non si sono messi in condizione di
poter afferrare tutta l'importanza di
questo antico problema, forse proprio a causa della perdita di solennità e
infine del chiasso in cui il Mondo è sprofondato. Ma se non sono stati in grado
di afferrare questo problema, perché non anche altri sempre dell'antichità ?
Il problema dell'Astrologo moderno è perciò anche di maggiore "purezza"
fenomenologico-trascendentale e genetica: e sotto questo profilo si chiarisce
come, per Raymond Abellio,
l'Astrologia debba diventare anche una "
école de sagesse ". Insomma l'Astrologia non sarebbe una scienza
moderna: ed anzi possiamo dire che
oggi essa è quanto rimane di quell' Astrologia che, un tempo, fu esercitata
sotto un télos che pienamente la
legittimava e che era spiritualmente ben diverso e più qualificante e profondo
di quello che alimenta la nostra attuale epoca. Anche André
Barbault è costretto, in difesa dell'Astrologia, a prendere in
considerazione gli studi statistici sul calcolo delle probabilità di
Choisnard e poi di Michel Gauquelin, di Jean Porte e di E. Tornier,
fondati su pianeti qualificativi di una professione, come Marte
per i capi militari, Saturno per gli
scienziati, Giove per gli uomini
politici, solo in funzione della loro posizione rispetto
all'Ascendente e al Medium
Coeli ( André Barbault, Dalla
psicanalisi all'astrologia, Nuovi Orizzonti, Milano 1988, pp. 9 - 12 ), ma
non anche in rapporto all'umore da
essi stessi esercitato, in base alle rivoluzioni sinodiche, al momento di
ciascuna nascita. Gli Astrologi moderni, riassuntivamente, non sono cioè ancora
potuti entrare nell'ordine di idee di dovere: a)
prima intuire tutta l'importanza
degli umori umido, caldo, secco e freddo di ciascun pianeta in aspetto col Sole;
b) e poi di cercare di applicare
dialetticamente questi umori a tutti quei casi che l'Astrologia offre. A questo
punto non posso che congratularmi con Giuseppe Bezza, uno dei più grandi fra gli attuali astrologi
moderni, per avere
sufficientemente messo a fuoco, nel suo pregevole
commento al primo libro della Tetrabiblos
di Claudio Tolomeo, l'importanza del problema da me qui preso in esame (
Giuseppe Bezza, Commento al primo libro della Tetrabiblos
di Claudio Tolomeo, Nuovi Orizzonti, Milano 1990, lib. I, cap.8, pp.106-173
): anche se poi egli non si è impegnato a risolverlo. Comunque è proprio
partendo dallo studio degli scritti del Bezza e da una più adeguata
riconsiderazione dell'opera di Claudio Tolomeo, per poi passare all'analisi
della Commedia, della Vita Nuova, del Convivio
di Dante, della Liturgia Cristiana e
dell'Eneide di Virgilio, che il
sottoscritto ritiene di avere potuto
risolvere, o chiarire, questo secolare problema. Analisi e commento del problema indicato da Tolomeo Sappiamo che un tempo esistevano due differenti regole per stabilire il periodico alternarsi degli
umori dei pianeti in dipendenza
degli aspetti che essi stessi formano col Sole ( G. Bezza, op. cit., pp. 106 - 173 ). Queste
due regole sono però oggi del tutto desuete in quanto gli Astrologi, o hanno
rinunciato a considerare importanti tali generi di influssi umorali oppure, come
abbiamo già detto, nemmeno sanno
della loro esistenza. Non di rado assistiamo tuttavia ancor oggi a dei giudizi
qualificativi di generica positività e
bontà, riguardanti tutti i pianeti, in funzione del loro trovarsi in aumento
di luminosità, e dunque giudizi riguardanti anche Marte, Giove, Saturno,
Urano, Nettuno e Plutone : e sembra essere
questo tutto ciò che rimane dell'antica divergenza fra le due regole.
Questo giudizio qualificativo di generica bontà e positività per effetto dell'aumento
della luminosità constateremo però che può essere oggettivamente valido
solo per il Sole, la Luna, Venere e Mercurio, ma non anche per i pianeti
superiori al Sole, o esterni alla Terra. Per
il Sole e la Luna Tolomeo dichiara infatti esplicitamente quando essi si
trovano, durante i loro moti, maggiormente carichi di umido e caldo permettendo
di calcolare che, in questa fase essi sono in aumento di luminosità ( Tetrabiblos,
I, X, 1; I, VIII, 1). Le due regole che esamineremo riguarderanno perciò
esclusivamente i cinque pianeti dell'antichità più Urano, Nettuno e Plutone.
Essendo tuttavia queste regole due, è logico che, in alcuni casi,
cadessero in una insanabile contraddizione. Ma dal modo in cui nella classicità
era architettata la cosmologia, da quello in cui Dante nella Commedia
valuta gli influssi dei pianeti, come anche la Liturgia
Cristiana, Virgilio nell'Eneide, e
Tolomeo nel Tetrabiblos, eccetera, io
ritengo possa essere dimostrata la validità di una, mentre l'altra risulterà
smentita: ed infatti nel Medioevo
questo problema pare non esistesse in quanto già stato risolto. In base alla prima
regola gli umori dei pianeti, prima umido
e poi caldo, si valutava iniziassero
da quando i pianeti stessi venivano a trovarsi in aumento di luminosità, mentre i successivi umori prima secco
e poi freddo, si valutava iniziassero
da quando essi venivano a trovarsi in diminuzione di luminosità. In
base alla seconda regola gli umori,
prima umido e poi caldo,
iniziano invece: a) per i pianeti inferiori al
Sole, o interni alla Terra, da quando essi diventano occidentali al Sole stesso e perciò mattutini; b) per quelli superiori al
Sole, o esterni alla Terra, da quando diventano orientali al Sole stesso. Al
contrario gli umori prima secco e poi freddo
iniziano: a) per i pianeti inferiori al Sole da quando essi diventavano orientali al Sole, e perciò serotini; b) per quelli superiori al
Sole da quando diventavano occidentali
al Sole stesso. Oggi possiamo dire con
esattezza scientifica che, in base a questa seconda regola, gli umori prima
umido e poi caldo venivano attribuiti a tutti i pianeti quando, di
fatto, venivano a trovarsi al perigeo,
o loro massima vicinanza alla Terra, mentre i successivi, prima secco
e poi freddo, venivano attribuiti
quando, di fatto, essi venivano a
trovarsi all'apogeo, o loro massima
distanza dalla Terra. Bisogna
precisare " di fatto " poiché
se assumiamo che per Tolomeo i pianeti inferiori
al Sole erano umidi a partire da
immediatamente dopo la loro congiunzione
inferiore, e i pianeti superiori al
Sole erano umidi a partire invece da immediatamente dopo la loro opposizione
al Sole, siccome anche con il sistema tolemaico
degli eccentrici e degli epicicli non si era ancora in grado di dimostrare con assoluta
certezza, e quindi con evidenza scientifico - oggettiva, che in tutti questi
casi essi si trovavano sempre, rispettando anche del moto della Luna, nella
posizione più vicina alla Terra ( perigeo ), conseguentemente il giudizio
veniva ad essere attribuito, o in base ad una credenza, o a valutazioni
astrologiche di ordine empirico non chiare sul piano logico- razionale e, perciò,
possiamo dire " di fatto ".
Riportando però oggi le valutazioni su cui si fonda questa seconda regola sul sistema
astronomico eliocentrico, o moderno, emerge, oggettivamente, che tutti i pianeti venivano
considerati appunto
umidi e caldi a partire dal
loro passaggio al perigeo, e secchi
e freddi a partire dal loro passaggio all'apogeo.
Ma già il fatto che Sole e Luna fossero stati esclusi da questa regola induce
ad ipotizzare, per inciso, che nell'Antichità qualcuno già avesse considerato
che la Luna non è un pianeta ma un satellite della Terra e che il sistema era
eliocentrico: forse si tratta dei "
filosofi della scuola fiorita in Italia che sono detti Pitagorici " ? (
Aristotele, De Caelo, II ( B), 13, 293
a ). Siccome era convinzione di
molti autorevoli pensatori dell'antichità e della Tradizione astrologica che
fosse la Terra
ad essere umida e ad avere poteri di
umidificazione, controllato che questo corrisponde a verità, potremmo
concludere che fra le due regole risulta invalidata
quella che fa dipendere l'umore dei pianeti dalla loro luminosità in
aumento oppure in diminuzione. Sentenzia infatti Tolomeo: "
Venere emette debole calore per la vicinanza col Sole, ma soprattutto umidità,
similmente alla Luna, per l'assorbimento dei vapori umidi dall'atmosfera
terrestre " ( Tetrabiblos, I,
IV, 6 ). Sentenzia Aristotele: "
Immediatamente al di sotto della natura aerea poggiano saldamente la terra e il
mare [ ... ]. Il linguaggio comune ha diviso la terra abitata in isole e in
continenti, ignorando che è tutta quanta un'unica isola, circondata
tutt'intorno dal mare chiamato Atlantico " ( Aristotele, Trattato
sul cosmo per Alessandro, 392/ b ). Ricorda Enrico Cornelio Agrippa
che " l'aria non si mischia alla
terra che per l'acqua [ ... ] e in tal modo la terra conviene all'acqua per la
freschezza ... " ( De
occulta philosophia, per Beringos fratres, Lugduni 1550, I, XXXVII ). A questo punto ognuno tragga le proprie conclusioni, però
occorre precisare anche che l'importanza degli umori dei pianeti in funzione
degli aspetti che formano col Sole vengono stabiliti da Tolomeo nel rigido
ordine umido, caldo, secco e freddo ( Tetrabiblos,
I, XII, 4; I, X, 2 ), mentre è
sempre Tolomeo stesso a sentenziare che, di principio, umido e caldo
sono fecondi e attivi mentre secco
e freddo sono distruttivi e passivi ( Tetrabiblos,
I, V, 1; I, VIII, 1-2 ).
Tolomeo precisando però anche che Marte e Saturno sono sì distruttivi,
passivi e malefici, ma
esclusivamente, il primo per l'eccessivo
secco e il secondo per l'eccessivo, o rigido,
freddo ( Tetrabiblos, I, V, 1 ), viene a mettere in evidenza anche la
positività, bontà e necessità, sia degli umori secco e freddo, sia dei
pianeti Marte e Saturno quando non eccedono,
il primo in secchezza e il secondo in freddezza. Orbene la riduzione di quegli umori che esclusivamente rendono malefici Marte
e Saturno, ma oggi possiamo dire anche Urano, Nettuno e Plutone, dipenderà, in
particolar modo, dalla fase che essi stanno attraversando sulle rispettive
rivoluzioni sinodiche: ma, da qui, ecco sorgere tutta la loro l'importanza.
Tolomeo permette di risolvere definitivamente il problema degli umori dei
pianeti superiori nel punto in cui sentenzia
che questi stessi pianeti producono maggiore umidità e maggiore quantità di
calore proprio quando diventano orientali
al Sole e invece maggiore
secchezza e freddezza quando diventano occidentali
al Sole (Tetrabiblos, I, VIII, 2).
Infatti dopo la loro opposizione al Sole
essi sono osservativamente e perciò oggettivamente, orientali al Sole e quindi prima umidi e poi caldi ma purtroppo, per
la prima regola, anche in diminuzione di
luminosità, mentre dopo la loro congiunzione
col Sole essi sono osservativamente e perciò oggettivamente,
occidentali al Sole e quindi prima
secchi e poi freddi ma, purtroppo, anche in aumento
di luminosità: e tutto ciò
oggi noi sappiamo poter essere spiegato scientificamente dalla
terza legge di Keplero ( cfr.
Ferdinando Flora, Astronomia nautica,
Hoepli, Milano 1987, p. 164 - 165 ). Orbene la regola che elegge come giusto il
criterio dell'aumento di luminosità,
non potendo valere per i pianeti
superiori al Sole, o esterni alla Terra, conseguentemente non può valere
nemmeno in generale.
Ma se non vale in generale allora significa che non è il variare
della luminosità ad incidere empiricamente, realmente e astrologicamente, sugli
umori ma, ovviamente, qualcos'altro di empirico, di reale e di astrologico: e
perché no allora la loro maggiore vicinanza alla Terra, ovvero il loro
passaggio al perigeo ? Siccome scegliendo quest'ultimo criterio possiamo
controllare che esso regge alla prova, ovvero che è valido per un'applicazione
generale, e che inoltre trova una
esauriente spiegazione nella filosofia antica e nel simbolismo astrologico, ecco
che possiamo legittimamente concludere che, fra le due regole, quella giusta è
quella fondata sul passaggio
dal perigeo di tutti i pianeti. Ma come è stato possibile
arrivare, durante i secoli, alla formulazione della regola sbagliata ? Io ritengo siano stati gli interpreti e
chiosatori del
primo libro, capitolo ottavo, del Tetrabiblos
di Tolomeo. Scrive Tolomeo: " 1 - La Luna e i tre pianeti ( superiori ) intensificano o
indeboliscono i propri effetti anche in dipendenza dagli aspetti che formano col
Sole. La Luna, infatti, emana maggiore umidità dal novilunio al primo quarto,
genera maggior calore dal primo quarto al plenilunio, secco dal plenilunio
all'ultimo quarto, freddo dall'ultimo quarto al novilunio.
2 - Al loro sorgere, fino alla prima stazione, i pianeti in aspetto
orientale ( al Sole ) producono maggiore umidità, ... " ( Tetrabiblos,
I, VIII, 1 - 2 ). Orbene Tolomeo, forse per spiegare ancor meglio il fenomeno,
paragona qui giustamente gli
influssi dei pianeti superiori al Sole agli influssi della Luna.
Però, se della Luna noi sbagliamo a considerare quello che Tolomeo
vorrebbe considerassimo, allora ci troviamo a formulare anche una regola
sbagliata: e così sembra essere avvenuto. La regola sbagliata è infatti sorta
dal seguente errato paragone. Siccome la Luna quando è nuova è anche
umida, e quando è umida esce anche dalla sua congiunzione col Sole, e quando
esce dalla sua congiunzione col Sole è anche in aumento
di luminosità ergo ( ragionando però erroneamente ! ), anche i pianeti
superiori dovrebbero essere umidi quando escono dalle loro rispettive
congiunzioni col Sole e sono in aumento di luminosità. Il paragone infatti
apparentemente regge, però è sicuramente sbagliato poiché Tolomeo, nel
dettare la regola, non si riferisce a queste particolarità ma esclusivamente ad
un'altra non presa in considerazione: ovvero all'orientalità, tanto della Luna che dei pianeti superiori, rispetto al
Sole. Del resto lo stesso
capitolo ottavo non per caso si intitola: "
Effetti dei pianeti in aspetto col Sole ", in cui per "
aspetto col Sole " deve intendersi la loro orientalità
ed occidentalità rispetto al Sole. E'
facile controllare inoltre che mentre la Luna diventa orientale al Sole dopo la
sua congiunzione col Sole, i pianeti
superiori diventano al contrario orientali al Sole dalla loro opposizione
al Sole stesso: opposizione che corrisponde al
loro passaggio dal perigeo. In base agli studi del
sottoscritto nessuna difficoltà esiste invece nell'attribuire a Venere, ma
anche a Mercurio, maggiore umidità
al loro passaggio dal perigeo che sappiamo corrispondere alla loro congiunzione inferiore al Sole. Dunque quando Venere è la Stella
del Mattino, Lucifero, Maris
Stella, Citerea, essa è prima
umida e poi calda: ed anzi nel momento del suo passaggio dall'umido al caldo,
corrispondente al raggiungimento di 47°
di elongazione ovest e, ugualmente, a 13 anni di vita se attribuiamo
all'intera rivoluzione sinodica il valore di 70 anni,
essa possiamo dire essere simbolicamente e mitologicamente sorgente dalle
acque, mentre in base ad una fisiologia astrologica " occulta " questo
dovrebbe essere il periodo femminile del menarca.
Al contrario quando Venere, oltrepassata la congiunzione
superiore al Sole, o apogeo,
diventa serotina è chiamata Espero
e produce prima maggiore secco e poi maggiore freddo, così come, sue proprie
specificità, anche Mercurio. Verso 47° di elongazione orientale la stella Espero dovrebbe invece decretare il periodo femminile della menopausa. Dovendo essere conseguenti alla
risoluzione data al problema, emerge che il ciclo di vita dei pianeti calcolato
sulle rivoluzioni sinodiche inizia: a) per i pianeti
inferiori, o interni, dalle loro congiunzioni
inferiori al Sole; b) per i
pianeti superiori, o esterni, dalle
loro opposizioni al Sole. E questo per
il semplice fatto oggettivo che è durante questi aspetti, apparentemente
contraddittori e che hanno indotto nei secoli in errore non pochi astrologi, che
i pianeti si trovano invece tutti al perigeo
umidificatore. Del resto se Tolomeo avesse voluto indicare l'inizio del
ciclo di vita dei pianeti superiori dalle loro congiunzioni col Sole non avrebbe
poi iniziato a trattare di Marte, Giove e Saturno proprio da quando si rendono,
al contrario, orientali al Sole, e perciò si trovano all'opposizione
rispetto al Sole stesso ( Tetrabiblos,
I, VIII, 2 ). Orbene, come tutti i pianeti si ricaricano di umidità al loro
passaggio al perigeo, ciascun uomo si
carica, o si ricarica, di umidità dal momento che è concepito e si trova in
grembo alla madre. In questo senso la
Terra sta ai pianeti come la madre, nel
periodo della gestazione, sta all'essere umano. L'essere umano si trova
dunque al suo perigeo quando è in pancia della madre. Anche Dante, facendo durare
la vita dell'uomo tanto a lungo quanto riesce a durare in lui l' "
umido radicale ", ovvero presente al momento della nascita e che andrà
via via esaurendosi onde poter
alimentare la vita nutrendo il calore (Convivio,
IV, XXIII, 7; IV, XXIV, 1 - 7 ), ha contribuito non poco ad indirizzarmi verso
la giusta soluzione del problema. Ed
è sempre seguendo questa regola che Dante attribuisce alla prima parte della
vita, l'Adolescenza ( fino a 25 anni )
l'umido e il caldo, mentre Tolomeo prevalentemente
l'umido; alla Gioventute
( fino a 45 anni ) Dante
attribuisce il caldo e il secco, mentre Tolomeo similmente con prevalenza il calore; alla Senettute
( fino a 70 anni ) Dante attribuisce il secco e il freddo, mentre Tolomeo
prevalentemente il secco; alla Senio ( fino agli 81 anni
teorici ) Dante attribuisce il
freddo e l'umido, mentre Tolomeo prevalentemente il freddo ( Dante,
Convivio, IV, XXIII, 7; Tolomeo,
Tetrabiblos, I, X, 2 ). Anzi,
per inciso, la presenza di umido
nella Senio in teoria lascerebbe
aperto uno spiraglio per pensare che Dante creda nella reincarnazione, come già
forse avevano creduto i primi Cristiani e probabilmente fino a santa Marcella (
Saint Jerome, Lettres, Les Belles
Lettres, Paris 1961, tome VII, CXXVII, p.
141 ). Siccome Dante si riconduce
all'Astrologia di Tolomeo ( Convivio,
II, XIII, 21-30; Vita Nuova, XXIX, 2
), quando nella Commedia deve indicare
in qual modo " il cielo è a lui così
benigno " in rapporto alla riuscita del
" viaggio " ( Inf., XV, 55 - 60 ), ovvero in
aspetto talmente degno di lode da
giustificarne l'inizio in base all' Astrologia
delle Elezioni, non potrà fare
a meno di permetterci di calcolare
che il Sole ( Inf., I, 37 - 43 ), la Luna
( Inf., XX, 127 - 129 ), Venere
( Purg., I, 19-21; XXVII, 94 -
96 ) e Saturno ( Par.,
XXI, 13 - 15 ) sono tutti umidi e caldi
e perciò fecondi e attivi, iuxta
sententiam Ptholomei ( Tetrabiblos,
I, V, 1 ). In base a Tolomeo abbiamo anche già evidenziato che Marte è
distruttivo e malefico non per se stesso, ma per l'eccessivo secco, e similmente
Saturno per il rigido freddo ( Tetrabiblos,
I, V, 2 ). Orbene, in maniera magistrale Dante riesce a indicare, con una sola
terzina, l'orientalità di Marte e
quindi a decretarne la fase prevalentemente umida
e femminile e perciò a rendere conto della generosità e nobiltà
dell'Angelo nocchiero che alle qualità di questo stesso Marte viene paragonato.
La fase del Marte simbolico della Commedia
( Purg., II, 13-105 ) è quindi astrologicamente misericordiosa e benevola
in quanto la secchezza naturale del pianeta è oggettivamente compensata, o
mitigata, dall'umidità della fase che esso sta attraversando e inerente il
primo periodo della sua orientalità rispetto al Sole. Recita Dante: "
Ed ecco qual, sorpreso dal mattino (o, ugualmente, "
sul presso del mattino " ) / per
li grossi vapor Marte rosseggia / giù nel ponente sovra 'l suol marino "
( Purg., II, 13 - 15 ).
L' orientalità rispetto al Sole di questo Marte, e perciò il suo
recentissimo passaggio dal perigeo, emerge oggettivamente dal fatto che, mentre Marte si trova
qui a pelo d'acqua, e quindi a due o tre gradi dall’essere raggiunto dal Discendente
o, ugualmente, a circa otto
minuti di tempo dal suo tramontare, mancano invece al Sole
circa quindici - venti gradi prima di essere raggiunto dall'Ascendente
o, ugualmente, non meno di
cinquanta minuti circa dal suo sorgere: in quanto qui siamo al primo chiarore
mattutino: e siamo con certezza al primo chiarore anche perché una maggiore
luminosità del cielo non avrebbe più
permesso a Marte di essere visto,
come invece Dante immagina di
vederlo. Orientalità di Marte pari a 167°
circa (vedi grafico). Sappiamo da Tolomeo che le Isole
Cicladi, con Milo e Citera, Cipro
e il Litorale dell'Asia Minore,
con Troia, Lesbo e Cnido, regioni che nell'antichità appartenevano all'Europa,
erano poste sotto l'influenza di Venere
mattutina in Toro ( Tetrabiblos,
II, 17 - 20 ). Sappiamo inoltre da
Virgilio che Troia è la città di Venere, che Enea è figlio di Venere e che
Venere stessa appare al figlio quale
Lucifero, o Citerea, ovvero nella sua condizione mattutina anche a
sottolinearne, sua propria natura, l'umidità e il debole calore, ma anche, ora
sappiamo, il suo idoneo e recente passaggio dal perigeo
e quindi tutta la sua bella, gentile e misericordiosa
prima gioventù. Recita Virgilio: "
E già nasceva Lucifero dalle alte
montagne di Ida, ad inaugurare il nuovo giorno " ( Eneide, II, 801 - 803 ). Ed
ancora: " In mezzo della selva una
fanciulla, ch'era sua madre ( madre di Enea ), sì com'era avanti che madre fosse ( tredici anni compiuti ? [
Tetrabiblos, IV, X, 8 ] ), incontro gli si fece
" ( Eneide, I, 314 - 315 ).
Anche Dante, come abbiamo già visto, si riferisce a questa stessa Venere
occidentale al Sole ( Purg., I, 19-21; XXVII, 94 - 96; vedi grafico ):
ed è anzi per l'identità, che ora chiaramente emerge,
fra la Venere cantata da Virgilio e quella cantata da Dante anche nel
Convivio, che possiamo comprendere tutto il legame esistente fra l'Eneide
e la Commedia: " legame " insospettato,
ma tale da giustificare
più di ogni altra valutazione la scelta di Virgilio come maestro, guida e
autorità di riferimento di Dante. Ma potremmo insistere anche che col dire, che
come Enea è nato da Venere mattutina, da Lucifero, analogamente anche Gesù è
nato, o è stato fatto nascere dalla Tradizione, sotto gli influssi della virtus di questa medesima lucentissima stella di Venere mattutina.
Recita infatti la Liturgia cristiana
della Santa Notte di Natale: " Tecum
principium in die virtutis tuae: in splendoribus sanctorum, ex utero ante
LUCIFERUM genui te ". Similmente recita quella della festa solenne
della Candelora cadente il 2 febbraio: "
Adorna thalamum tuum Sion, et suscipe Regem Christum: amplectere Mariam, quae
est coelestis porta: ipsa enim portat regem gloriae novi luminis: subsistit
Virgo, adducens manibus filium ante LUCIFERUM genitum. "
In base a questi solenni ed importanti reperti astrologici possiamo concludere, non solo che
la nostra cultura occidentale era un tempo tutta immersa nell'Astrologia
anche a livello di “poteri
forti”, ma addirittura che la qualità attiva, feconda e benefica da
attribuire a quanti sono nati sotto Venere mattutina, ovvero sono nati sotto
Venere subito dopo il suo passaggio al perigeo,
ci vengono suggeriti,
inaspettatamente e con suadente forza, proprio dalla letteratura classica e
dalla Liturgia cristiana.
___________________________ Giovangualberto Ceri (Firenze) Si è laureato in Lettere e Filosofia con una tesi sulla Fenomenologia genetica del filosofo ed astrologo francese Raymond Abellio. Autore di tre libri: “Il segreto astrologico nella Divina Commedia”, Jupiter, 56026 S.Benedetto-Pisa 1994; “Dante e l’Astrologia”, Loggia de’ Lanzi, Firenze 1995; “Chiesa di Dante”, Mir, Montespertoli (Firenze) 1996. Pubblica articoli su varie riviste, mentre fa parte del comitato scientifico della rivista “Sotto il velame” (Torino). Ha applicato l’Astrologia allo studio dell’Opera di Dante e ha scoperto: il giorno di nascita di Dante, di Beatrice e del loro primo e secondo incontro e che la Divina Commedia è da porre, come già sosteneva F.Angelitti, sul 25 Marzo 1301. |
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